L’impero fragile di Vladimir

Nonostante gli entusiasmi per le Olimpiadi in tutto il mondo, Vladimir Putin domenica è riuscito a produrre per le tribune di Sochi al massimo un sorrisetto acido. Il culmine del suo trionfo di immagine, progettato con cura per anni e grazie a miliardi, è coinciso per una di quelle ironie ancora più feroci perché casuali con la sua sconfitta più cocente. Nella tribuna degli ospiti era vuota la poltrona di Viktor Yanukovich, latitante, mentre a Kiev si stava compiendo una rivoluzione che vorrebbe portare via una volta per tutte il paese dall’orbita della Russia. di Anna Zafesova Carretta I garanti dell’Ucraina unita
18 AGO 20
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Nonostante gli entusiasmi per le Olimpiadi in tutto il mondo, Vladimir Putin domenica è riuscito a produrre per le tribune di Sochi al massimo un sorrisetto acido. Il culmine del suo trionfo di immagine, progettato con cura per anni e grazie a miliardi, è coinciso per una di quelle ironie ancora più feroci perché casuali con la sua sconfitta più cocente. Nella tribuna degli ospiti era vuota la poltrona di Viktor Yanukovich, latitante, mentre a Kiev si stava compiendo una rivoluzione che vorrebbe portare via una volta per tutte il paese dall’orbita della Russia. Fare buon viso a cattivo gioco è difficile: era il pezzo cruciale senza il quale ricostruire un impero postsovietico sarà impossibile. Una sorpresa per Mosca, che non si era riservata vie d’uscita e ora appare del tutto impreparata. La diplomazia russa continua a invocare il ritorno al compromesso (che peraltro i russi non avevano firmato) di qualche giorno fa, e il premier Dmitri Medvedev ha espresso “dubbi sulla legittimità” del nuovo potere di Kiev, dicendo che “le bande con passamontagna e kalashnikov non possono certo essere considerate un governo”. Ma non potrà continuare a fare finta a lungo che a Kiev sia in corso un “golpe fascista”, mentre Angela Merkel, Barack Obama e José Manuel Barroso parlano con i leader del Maidan.
Non riconoscere il nuovo governo ucraino sarà impossibile, anche perché la precipitosa fuga di Yanukovich dalle sue dacie, e l’immediata abiura della maggior parte della sua nomenclatura, ha fatto sparire l’oggetto stesso del contendere. Provare a spaccare l’Ucraina sostenendo un governo che Mosca considera legittimo non è praticabile perché nessuno per ora vuole prestarsi al gioco. Gli uomini di Yanukovich, cinici gestori di potere come lui, non hanno intenzione di immolarsi per la fratellanza con la Russia, e gli oligarchi non hanno intenzione di scambiare le loro ville a Kensington e sulla Costa Azzurra con una dacia a Sochi. Continuare a insultare i leader della rivolta significa rendersi la vita difficile quando, tra pochi giorni, Putin e Medvedev dovranno sedersi allo stesso tavolo con loro in qualità di ministri.
Resta certamente la Crimea, che chiama Putin in suo soccorso agitando lo spettro della perdita di Sebastopoli, base della flotta russa. I falchi di Mosca prospettano già lo scenario da utilizzare, lo stesso della Georgia nel 2008: alla popolazione della regione secessionista vengono distribuiti passaporti russi, dopo di che si interviene con il pretesto di difendere i propri connazionali. Ma un conflitto armato con l’Ucraina, a due passi dalla Ue e dalla Nato, non è la stessa cosa che schiacciare militarmente la minuscola Georgia, che comunque costò a Putin una pesante crisi con l’occidente. Senza contare la “quinta colonna” dei tatari, etnia originaria della Crimea deportata da Stalin e da allora alla riconquista delle proprie terre e dell’influenza, non senza l’aiuto della Turchia e di altri paesi musulmani.
Quello che si è consumato a Kiev è il fallimento del modello postsovietico proposto da Mosca. Che può certamente continuare a spiegarsi tutto con la cospirazione occidentale. Ma la fuga dirompente dell’Ucraina ha messo a nudo la fragilità del modello che Putin aveva proposto a buona parte del mondo come addirittura “alternativo” alla democrazia europea e americana. Acclamato per il “successo” in Siria, dovuto in fondo più alla debolezza di Obama che alla potenza della diplomazia russa, Putin finora non è riuscito ad attrarre nella sua orbita nessuno che non fosse alla canna del gas, in uno o più sensi: dittatori centroasiatici, Lukashenka, la Siria, gli armeni schiacciati tra i nemici storici della Turchia e dell’Azerbaigian, quelli che gli facevano compagnia alla tribuna di Sochi disertata dai leader occidentali. L’“alternativa” euroasiatica al posto dell’impero comunista può soddisfare la nostalgia dei russi, ma non offre grandi sbocchi politici ed economici agli altri. Gli autocrati in cerca di investimenti e protezione dalle “ingerenze” possono rivolgersi allo sportello Cina, dove verranno serviti meglio e più rapidamente. In assenza di idee e ideologie resta solo la convenienza, materia volatile come ha dimostrato il fiasco di Yanukovich, e al Cremlino resta il trionfo delle Olimpiadi. Che, paradossalmente, hanno incantato il mondo proprio perché hanno mostrato un paese aperto, moderno, sorridente, giovane, spiritoso e internazionale. Tutto il contrario dell’accigliata Russia postimperiale che sogna ancora di incutere paura.
di Anna Zafesova